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Riflessione sull' "io recondito".
Una lieve cortina indefinita pare proteggere visibilmente, come un aereo sudario, la nostra più interiore essenza, mentre procediamo fra le spire vaporose d’una fredda nebbia invernale, che sembra respirare con noi.
È così che possiamo sentirci ammantati da quella stessa aura di mistero che ravvolgeva i contorni delle erme delle divinità antiche, fra le profumate volute dell’incenso, bruciato da salmodianti sacerdoti.
Eccoci, per tanto, avanzare sulla terra, quasi uomini deificati, ma soli, per i meandri di un intangibile contesto, irrealmente privo di forme definite; proprio in questi attimi, ci è dato, forse, di poter cogliere la dimensione onirica della nostra esistenza, dove tutto scompare, prima ancora d’apparire.
La macchina del nostro corpo si muove, vede, ascolta, mentre il nostro “io” più recondito, entità remotamente distinta, ne controlla i complessi meccanismi segreti, ne analizza partitamente le sensazioni, gli stimoli, le reazioni e le emozioni, assumendo quasi le forme di un sacerdote che interroghi un oracolo stanco.
La nostra parte sensibile si sente, in tal modo, come proiettata in se stessa, intima porzione d’un’ignota estensione di noi, ritrovandosi in un inaspettato connubio con quelle nostre sensazioni, che paiono valere a porgerci il reale senso del nostro esistere sulla terra.
Tutto quello che ci balena innanzi agli occhi viene allora ad assumere il connotato di una rappresentazione teatrale, vaga e lontana, che, pur vedendoci spettatori, non riesce, tuttavia, a carpire la nostra intiera attenzione.
È proprio quell’attimo, che ci scopre a vagare, senza meta, fra le caligini invernali, a rivelarci quella percezione di essere ombre fra le ombre, sogni sfuggenti che lambiscono la terra, nella frazione di un respiro, per poi ritornare a congiungersi all’infinito, confusi nell'incommensurabile immensità dei suoi vortici.